Concrete
Il capitalismo del cemento italiano tra crisi e concentrazione - Seconda parte
Il cemento armato è una di quelle merci che ha accompagnato l’ascesa del capitalismo: un po’ come il caffè o la plastica. Nel tempo è diventato in larga parte del mondo una delle merci preferite da questo modello di sviluppo. Costa poco, è un materiale che si presta ad essere standardizzato e combinato in diverse forme, non richiede molto lavoro e, nonostante la sua aura di materiale incorruttibile, arriva ad obsolescenza abbastanza in fretta, a differenza di altri materiali da costruzione.
Alcune stime sostengono che le costruzioni in cemento armato abbiano una vita media di sessanta-settanta anni, altre che possano arrivare fino a centocinquanta anni. Sulla loro durata influiscono molti fattori come le tecniche costruttive, il clima, le sollecitazioni, le manutenzioni ecc. Il nostro sistema infrastrutturale è testimone di questa (relativamente) rapida decadenza: una parte significativa delle opere costruite tra gli anni ‘50 e ‘70 del novecento necessitano di importanti e dispendiosi interventi, quando non vanno incontro a demolizione e ricostruzione. Eppure nel nostro immaginario il cemento armato sembra essere forgiato per durare in eterno. Anche il suo nome inglese, concrete, ci fa pensare a qualcosa di estremamente solido, concentrato, in grado di affrontare ogni avversità. In realtà l’obsolescenza di questo materiale è parte del suo successo: permette di costruire ancora ed ancora producendo profitti, capitali e devastazione a ciclo continuo. Il mercato delle costruzioni in Italia è simile al cemento: all’apparenza è un mercato solido e senza cedimenti, ma se si osserva bene si intravedono sfarinamenti, fessurazioni e crepe.
Di alcune di queste crepe abbiamo iniziato a trattare nella prima parte di questo approfondimento. Oggi ci concentreremo su due aspetti di questo mercato: il suo ruolo all’interno dell’economia italiana e la tendenza alla concentrazione dei capitali sempre più spiccata.
Esiste un lungo ed annoso dibattito sull’impatto dell’industria edilizia sul PIL. Se si considera unicamente l’impatto del settore delle costruzioni questo è stimato intorno al 5%, ma con l’indotto e l’intera filiera immobiliare arriva a pesare tra il 25 ed il 30%1. Le stime più estese sono da prendere con le pinze perché dipendono dai criteri che vengono scelti per selezionare cosa includere nella filiera e cosa no essendo quella delle costruzioni un’industria che incide anche sugli altri settori. Politici e lobbisti spesso sparano numeri a caso per sottolineare l’importanza di questo o di quell’ambito economico rispetto al PIL. Dal punto di vista dell’occupazione al 2023 erano 1,7 milioni2 i lavoratori e le lavoratrici impiegati nelle costruzioni, su un totale di 23,75 milioni3, circa il 7%. Negli ultimi cinque anni vi è stata una crescita continua degli occupati nel settore: dal 2020 al 2025, è aumentata la forza lavoro di 350mila persone4, contribuendo così per il 20% all’aumento complessivo dell’occupazione in Italia. Si intende che l’industria delle costruzioni ha avuto un ruolo importante nelle statistiche sull’occupazione che il governo sciorina come dimostrazione del suo presunto successo. Il Superbonus prima e il PNRR dopo sono stati indubbiamente degli stimoli occupazionali formidabili come già accennavamo nella scorsa puntata. In effetti il settore sta vivendo una crescita che non si vedeva dal boom economico degli anni ‘605.
Come si può notare in questo grafico il peso delle costruzioni sul PIL è andato lentamente decrescendo dagli anni ‘60 in poi, crollando in modo più sostanziale dopo la crisi del 2008 per poi tornare a crescere in concomitanza con gli stimoli pubblici post-pandemici. Curiosamente è da notare come questo nuovo ciclo di forte investimento pubblico nelle costruzioni coincida con le stime di obsolescenza del cemento armato più severe: non ci sono prove tangibili che i due fenomeni siano collegati, ma è possibile che l’attenzione sul degrado delle infrastrutture suscitata dal crollo del Ponte Morandi6 a Genova abbia partecipato, tra gli altri fattori, ad orientare i governi in questo senso. Allora, come oggi, il dibattito non arrivò mai a toccare la questione del modello costruttivo capitalistico e nemmeno, in chiave riformista, il tema della messa in sicurezza delle opere esistenti: la politica cercò il capro espiatorio in chi si era opposto alla costruzione della Gronda e ne approfittò per fare uno spot alla semplificazione degli appalti7.
Le grandi commesse derivate dagli investimenti pubblici stanno rafforzando una tendenza già in essere, cioè quella alla concentrazione del valore in grandi general contractor con capacità multinazionali. Indicativa è la vicenda di WeBuild, in cima alla classifica dei costruttori e tra le maggiori beneficiarie degli appalti PNRR. WeBuild, ad oggi all’ottavo posto tra i gruppi europei di costruzioni, coinvolta nella realizzazione di molte grandi opere in Italia ed a livello internazionale, nasce dalla fusione per incorporazione di Impregilo da parte del gruppo Salini nel 2014. Nel 2018 poi diventa di gran lunga il maggiore general contractor italiano grazie al cosiddetto “Progetto Italia”8. In sostanza questo progetto aveva come fine il consolidamento del settore delle costruzioni che in quel periodo (vedere il grafico sopra) permaneva in una condizione di crisi. La costituzione di questo “mega-gruppo” è avvenuta grazie all’appoggio dello Stato che attraverso la Cassa Depositi e Prestiti ha contribuito a finanziare l’aumento di capitale e l’ingresso di diverse importanti banche italiane quali Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco BPM. Un’operazione che si è avviata ed è coincisa con l’integrazione degli asset di Astaldi all’interno di WeBuild. Astaldi, allora secondo costruttore italiano per importanza, era andato incontro ad un fallimento simile a quello di Manelli, illustrato nella scorsa puntata, con un debito di due miliardi di euro su un portafoglio di ordini che superava i venticinque miliardi.
Dunque la concentrazione, già significativa, del settore è stata ulteriormente favorita dall’intervento pubblico al fine di consolidare una multinazionale che fosse in grado di competere a livello globale per quanto riguarda le costruzioni. Una manovra per certi versi atipica se si guarda alle crisi industriali che affastellano il presente ed il passato recente del nostro paese in cui raramente lo Stato assume un ruolo di questa portata. Per comprendere la logica di questa operazione bisogna sottolineare due aspetti: in primo luogo il settore delle costruzioni è, oggi come oggi, uno strumento con implicazioni geopolitiche. WeBuild ha contribuito alla costruzione di grandi opere tra cui dighe, ferrovie e metropolitane in Etiopia, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, India ecc…
La nostra scala globale continuerà a rappresentare un moltiplicatore di valore. Negli ultimi tre anni abbiamo costruito una piattaforma di eccellenza che ci renderà sempre più resilienti e ci consentirà di affrontare il nuovo ordine mondiale. Una piattaforma che sarà potenziata da tecnologia, digitalizzazione e processi innovativi, per continuare a essere leader del settore delle infrastrutture a livello globale. Con circa il 70% del fatturato sviluppato all’estero, in mercati a basso rischio, garantiamo una solida visione di lungo termine.”9
Questo è quanto ha affermato l’amministratore delegato di WeBuild Salini commentando i risultati del 2025.
Il secondo aspetto, che approfondiremo meglio nella prossima puntata, è il tratto per certi versi peculiare di questo nuovo ciclo di infrastrutturazione del nostro paese che è pensato per rispondere alle esigenze del capitale rispetto alla circolazione delle merci e dei dati. Di nuovo lasciamo parlare Salini che ha spiegato la sua prospettiva durante l’evento Aspen Institute Italia:
Salini ha evidenziato come l’innovazione sia tornata a essere una sfida fisica: “Senza reti elettriche robuste e connessioni materiali, l’intelligenza artificiale si ferma. La sfida oggi non è solo negli algoritmi, ma nella capacità di costruire e gestire l’infrastruttura che li sostiene. È vitale che le nostre aziende abbiano un ruolo di primo piano in questi progetti globali, che saranno la piattaforma della prossima fase della competitività internazionale,” ha proseguito Salini. “Le vicende belliche stanno creando incertezza, ma proprio in questo contesto le infrastrutture diventano un fattore di stabilità. A detenere il vantaggio competitivo non è chi è geograficamente più vicino ai mercati, ma chi è più affidabile”.
Secondo Salini, l’integrazione tra porti e ferrovie è l’unica strada per garantire che l’Italia resti centrale e competitiva in un quadro europeo integrato: “Tre sono i pilastri per il rilancio: continuità dei programmi per dare certezze alle filiere, tempi autorizzativi allineati all’economia reale e competenze per gestire l’intero ciclo di vita delle opere. A livello nazionale ed europeo, dobbiamo sempre più pianificare in ottica anticiclica, trasformando la nostra geografia in un vantaggio competitivo duraturo per le persone e le imprese”.10
La concentrazione di capitali, sostenuta ed alimentata dallo Stato, è dunque l’ineludibile premessa della ristrutturazione logistica che le nuove forme di accumulazione richiedono, guerra compresa. Ma allo stesso tempo non è detto che tale concentrazione sia sufficiente di fronte al caos globale in corso, all’aumento dei costi delle materie prime, dei carburanti fossili, all’instabilità di regioni che fanno parte della proiezione economica dei general contractor italiani.
Questo approfondimento sul capitalismo del cemento in Italia segue ad una prima puntata sulle crisi industriali nel settore delle costruzioni. Una terza parte poi sarà dedicata alla geografia dell’infrastrutturazione recente in relazione allo sfruttamento dei territori ed alla loro collocazione nelle catene del valore.
https://cresmedaily.it/ma-quanto-vale-il-settore-delle-costruzioni-per-leconomia-italiana-il-5-il-14-o-con-limmobiliare-il-25/#:~:text=Un%20settimo%20del%20PIL%20italiano,dal%20mondo%20dell’ambiente%20costruito.
https://www.nomisma.it/news/loccupazione-nel-settore-delle-costruzioni-losservatorio-saie/
https://www.istat.it/comunicato-stampa/occupati-e-disoccupati-dati-provvisori-dicembre-2023/#:~:text=Il%20commento,scende%20al%207%2C2%25.
https://www.avvenire.it/economia/lavoro/costruzioni-motore-del-pil-350mila-posti-in-cinque-anni_103489
https://grafici.altervista.org/composizione-del-pil-per-settore-economico/
https://www.fanpage.it/attualita/perche-il-modello-ponte-morandi-sara-una-sciagura-per-i-lavori-pubblici-in-italia/
https://www.webuildgroup.com/it/investitori/strategia/progetto-italia/
https://www.adnkronos.com/economia/webuild-ricavi-2025-per-13-6-miliardi-15-ebitda-a-1-2-miliardi-18_7lBg1g3EdSjVmsbAsFeXY4
https://www.webuildgroup.com/it/media/note-stampa/salini-ad-webuild-nuovo-piano-straordinario-di-sviluppo-italia-ed-europa/



